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«Perché sei così?» mi hai chiesto una sera d'estate,
mentre il vento portava via le parole.
«Così come?» risposi, cercando di reggere il tuo sguardo.
«Così... sensibile», hai detto piano,
quasi avessi timore di farmi del male.
Allora, guardandoti la bocca,
lasciai rispondere il mio cuore:
«La mia fragilità è il varco da cui entra
la luce del'alba e, inevitabilmente, anche il suo peso.
È un taglio netto tra il petto e il mondo,
dove il respiro si fa più profondo
e l’anima impara a non ripararsi.
Io ho scelto la ferita come mia dimora,
una soglia aperta tra il sangue e le stelle;
da lì entra l’incanto che il mattino colora
e il fremito azzurro che scuote la pelle.
È vero, non ho scudi contro il tormento,
il dolore vi affonda come lama nel burro,
ma dalla stessa piaga respiro ogni attimo
e bevo l’immenso di un cielo stellato.
Sono così perché ho scelto la vita,
l'ho scelta senza filtri,
l’unica via per sentire l’amore.»